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Il sesso delle rane

Perché il titolo “Il sesso delle rane”? Le ragioni sono essenzialmente due. Una, fondamentale, appartiene agli eventi della commedia, e per questo non la vogliamo svelare ora. Ma ce ne è un’altra,  altrettanto motivata, che col testo non c’entra assolutamente niente.

Chi meglio di questi anfibi, infatti, così a loro agio in acqua come in superficie, potevano simboleggiare una estrema capacità di  adattabilità alla vita? Osservatele qualche volta di notte per strada, in campagna, prima di passarci sopra con la macchina. Mimetiche, agili, strafottenti, un po’ presuntuose. Si vede che hanno delle Certezze. Ma allora viene spontaneo chiedersi: perché nonostante quell’aria realizzata e supponente finiscono così di frequente spalmate sull’asfalto? Il fatto è che sono  troppo assolutamente certe di farla franca, e che all’ultimo momento vi butterete fuori strada.

Non tutti siamo rane nella vita. Per la maggior parte si cerca di diventarlo, senza riuscirvi mai, spesso fingendo di esserlo. Cesare (non si offenda Edoardo),  è una rana. Anche il suo amico Antonio lo è. Ma tutti gli altri personaggi, chi più chi meno, mostrano di avere qualche problema di adattamento a questa vita. Non hanno Certezze. Non sono capaci di stare tutto il tempo in una pozzanghera a gracidare spensierati: sono sempre in attesa di un paio di fari nella notte. Una cosa però l’hanno capita:  che il loro stagno non è poi così grande,  si è sempre a contatto di zampa con qualcuno e volenti o nolenti non si può far finta che non esiste.

Questo è in poche (credeteci) parole il significato che non c’entra niente.

L’altro, (vagamente Freudian-oniric-hitchcockiano) lo scoprirete da qualche parte nella commedia.

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